Partita di Calcio

1969

Il campo sportivo non era quello attuale, ma si trovava sulla Gera, oltre l’attuale parco della Roggia Rossa al confine con la Dora Baltea. All’epoca non esisteva ancora lo spogliatoio e le porte erano state costruite dai giocatori stessi con traversine di fortuna. Le partite serali venivano illuminate dai fari delle automobili, portate appositamente al campo sportivo.

I giocatori:
In piedi: Luigi (Gigi) Bedin, Franco Ceriana,Getto , Giuseppe Da Ruos, Gianni Bianco, Gaspare Barbagallo, Claudio Trotto, Giuseppe (Peppino) Cacciapuoti
Accovacciati: Augello, Mauro Motto Martinetto, Roberto Capanni, Claudio Fornaciari, Rocco Scotellaro, Alfonso, Enzo Cocozza


Da Angelo Buzzetti, Giovinezza, pubblicato sul sito del Comune di Banchette

I bambini di Banchette e il gioco del pallone nel dopoguerra

All’età di circa 8 anni incominciammo a trasferirci nel bosco (la Gera) mentre i nostri animali pascolavano tutti insieme.

Oltre alla ricerca degli uccelli e alla pesca, i pomeriggi liberi estivi venivano occupati da una lunga partita al pallone cui seguiva il bagno generalmente nella Dora.

Le partite si svolgevano al campo sportivo, duravano più di due ore e finivano con punteggi tipici della pallacanestro. Il numero dei bambini era variabile tra la ventina e la trentina; dal gruppo emergeva sempre il leader della giornata che autorevolmente faceva le squadre. Queste non necessariamente avevano lo stesso numero di giocatori, perché si teneva conto delle “schiappe”, giudizio esplicitamente espresso ed accettato dagli interessati.

Il campo era più corto del normale grazie agli indumenti buttati a terra con funzione di porta.

Il pallone era di pesante cuoio con una grossa cucitura che faceva male quando la si prendeva sulla testa.

Giocavamo a torso nudo e tante volte commettevamo errori per la difficoltà di distinguere i soci dagli avversari. I piedi erano scalzi, ma i più informati dicevano che anche gli indiani (quelli dell’India!) non avevano scarpe, eppure erano i migliori del mondo. L’erba che calpestavamo era bassa e dura, anzi c’erano anche specie spinose simili ai cardi selvatici che tuttavia non ci facevano gran male. Motivo: la pelle sotto i nostri piedi era spessa come una suola di scarpe, tanto che per noi era normale camminare scalzi anche sui campi di grano appena tagliato.

L’arbitro non esisteva, ma in caso di divergenze si trovava subito un accordo per l’intervento autorevole del leader, pure lui giocatore (cosa che oggi non si accetterebbe per “conflitto di interesse”).

Già da bambini alcuni dimostravano una particolare intelligenza nel gioco di squadra come Corrado (Bianco, di Salerano), Pino(Moscagiuri, andato in Francia e mai più tornato), Aldo (Bedello) e Garùn (Romano Garrone); non erano dei grandi atleti, ma si distinguevano per la loro personalità e la inimitabile strategia di gioco.

Come si può immaginare, le disponibilità finanziarie per questo gioco erano piuttosto modeste. Conscia di ciò, un giorno Chinota( la mamma di “Aldo dan piàsa”) ci mandò a raccogliere le ghiande; ne raccogliemmo diversi sacchi, lei le vendette ad un allevatore di maiali e, col ricavato, comperammo un pallone e qualcos’altro che non ricordo.

Il campo sportivo e la squadra del Banchette nel dopoguerra

Il campo sportivo, al limitare nord del bosco, era uno spiazzo che subito dopo la guerra i giovani avevano ricavato spianando con vanghe e carriole a mano una riva lievemente digradante verso la Dora Baltea.

I giocatori si spogliavano al Dopo e in divisa sportiva percorrevano a piedi quasi un chilometro di sentiero per raggiungere il campo, incessantemente incitati dalla gente del paese.

La squadra del Banchette era brava e motivata. Ogni componente era un semidio per il pubblico. Evidenzio Toni Pandin, che da terzino con un calcio riusciva a raggiungere la porta avversaria, Paolo (Erniani) che, per quanto segnasse poco, aveva un dribbling funambolico e Rio, originario di Montanaro, il portiere pazzo che con le sue esagerate capriole avrebbe potuto esibirsi in un circo equestre e mandava sempre in visibilio il publico.

Una breve riva in discesa separava il campo sportivo dal filùn della Dora e da lì sovente il pallone cadeva nei flutti. Per tale motivo nei pressi giaceva perennemente una lunga pertica terminante con un guadino, ma non era raro che il gioco si interrompesse più a lungo per consentire a qualche giocatore di buttarsi nelle gelide acque del fiume per ricuperare il pallone ormai troppo allontanatosi dalla riva.

Ad un lato del campo c’era una sopraelevazione di circa un metro, sulla quale si sistemavano in posizione eretta gli eccitati spettatori. In mezzo ad essi c’era Arnesto dal Dopo (Ernesto Radaele) sempre silenzioso, perché attratto da problemi di tutt’altro tipo. Arnesto vendeva le bibite sistemate in un modesto cesto messo a terra, ostentando con fierezza sul braccio un tovagliolo bianco come un cameriere di alto bordo.


Toni Pandin è il primo in piedi a destra.
Tra gli altri giocatori si distinguono Lino Faletti (il secondo in piedi da sinistra) e Antonio Pavarin (il primo a destra nella fila centrale)

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