1929 circa
Lo stagno (guja) della Viassa, formato dalla Dora Baltea, si trovava nell’area su cui sorge l’argine retrostante il condominio Marega. Sullo sfondo della fotografia è visibile monte Ferrando. I bambini con i piedi a mollo nell’acqua della guja sono Maria e Roberto Motto Martinetto con la mamma Giuditta.
Da Angelo Buzzetti, Giovinezza, pubblicato sul sito del Comune di Banchette
Un passatempo di noi bambini era offerto dalle rane della guja dla Viassa, che venivano prese con la pesca diurna o la cattura notturna. Non ne ero un assiduo cultore, perché il primo metodo rendeva poco ed il secondo presupponeva il permesso dei miei genitori, che ho avuto molto raramente…
La mia lenza non aveva il galleggiante: al posto dell’amo c’era un’ancoretta e l’esca era un ciuffetto di lana colorata. Le difficoltà erano due: la reperibilità della rana (quando mi avvicinavo non la riuscivo a trovare perché smetteva di gracidare) e l’agganciamento al volo quando abboccava, un’operazione da farsi in una frazione di secondo.
La cattura di notte era più redditizia. Andavamo con una grossa lampada a carburo e, fatto l’occhio, vedevamo le rane acquattate ed immobili, tanto che le raccoglievamo come noci. Qualcuna però, viscida, ci sfuggiva di mano e saltava via nelle direzioni più imprevedibili…

Teresina Rolla sulle sponde della guja dla Viassa, marzo 1940
Da Angelo Buzzetti, Giovinezza, pubblicato sul sito del Comune di Banchette
Ai primi di dicembre la guja dla Viassa gelava ed era percorribile a piedi. Attraverso il ghiaccio spesso trenta centimetri si vedevano le carpette ibernate sdraiate sul fondo.
La superficie diventava per noi bambini una pista da pattinaggio, solo che al posto dei pattini avevamo le zoccole o i sabòt: le prime avevano la suola di legno e la tomaia di cuoio, i secondi erano totalmente di legno. Li portavamo tutto l’inverno al posto delle scarpe (eccetto quando andavamo a messa o al cinema) ed erano oggetto di modifiche e integrazioni per renderli adatti al pattinaggio… Io lisciavo le zoccole con la cartavetro e le ungevo con il sapone…
La pista di ghiaccio non era originariamente liscia, ma andava “fatta” col ripetuto passaggio dei bambini, che si spingevano a vicenda fino a quando diventava uno specchio.
Si depositava quindi sul ghiaccio un oggetto come punto di partenza e, presa la rincorsa, ci si lanciava: vinceva chi faceva il percorso più lungo…



