25 luglio 1952
Processione con le Priore Sabolo Jole e Calvetto Valeria all’inizio del paese. E’ ancora visibile sulla sfondo la chiesetta della Madonna delle Grazie, abbattuta all’inizio degli anni ‘60.
Da Angelo Buzzetti, Giovinezza, pubblicato sul sito del Comune di BanchetteAlla festa dei patroni la messa era cantata e per l’occasione si portava in processione la statua di san Cristoforo che, ancora qualche anno fa, troneggiava nella navata destra della chiesa, tutto teso a guardare che Gesù Bambino non gli cascasse dalle spalle.
Di san Giacomo, che da bimbo confondevo con il primo, non c’erano statue da esibire, ma in compenso la festa era intitolata solo a lui. Non solo: a Banchette, mentre nessuno si chiamava Cristoforo, numerosi erano gli uomini che si chiamavano Giaco.
Mi risulta che la festa dei patroni fosse anche motivo di preoccupazione per il pievano, che considerava il ballo a palchetto un luogo di tentazione.
La pista di questo ballo originariamente veniva installata vicino al Dopo, ma a inizio anni Cinquanta trovò posto dove ora c’è il condominio Marega. Era circolare, in legno, sormontata da un telone di forma conica con a lato un posticino per l’orchestra. I proprietari, di un paese vicino a Chivasso, lo montavano in mezza giornata, attorniati da noi bambini incuriositi e, prima di consegnarlo per l’uso, ne levigavano il pavimento con la cera.
La sera della festa era il maggior centro di attrazione del paese, in particolare delle donne anzianotte, che vi si assiepavano attorno per ore, silenziose, immobili, curiosissime e sospiranti.
La festa dei patroni era sentita anche nelle case private, dove confluivano gli invitati e si servivano le cipolle ed i fiori di zucca ripieni, questi ultimi allora denominati Matote an cuaciùn (ragazzine accovacciate). I fiori di zucca erano ritenuti dai paesi a noi vicini la nostra specialità, tanto da appiopparci questo nomignolo.
Dai cancelli del castello in via Roma al Dopo si sistemavano i banchetti dei venditori ambulanti di giocattoli, dolci e bevande. Proprio davanti al mio cancello c’era quello che vendeva le granatine di ghiaccio raschiato. Sì, il ghiaccio d’estate! Un miracolo per me che non avevo il frigo.
C’era poi il gelataio col particolare triciclo bianco a forma di barchetta sormontato da un lucido baldacchino con la scritta Da Bovai non si sbaglia mai. Quando sollevava il coperchio usciva, per me sorprendentemente, un vapore come da una pentola in ebollizione. Forse l’igiene non era la sua attenzione principale, perché, quando necessario, senza lavarsi le mani, passava disinvoltamente dai coni del gelato a qualche parte meccanica del suo veicolo e viceversa.



